Maurizio Dozzi, Uno stopper chiamato “Roccia”

di Sebastiano Virgilio 

Quando dopo innumerevoli tentativi andati a vuoto riesco a trovare una traccia quasi non mi capacito. E’ da settimane che compongo decine di numeri dell’Emilia Romagna, e ora finalmente a Bologna trovo un gentile omonimo il quale, da ex appassionato di calcio e dotato di ottima memoria, mi suggerisce di verificare in un paese a ridosso del confine Toscano: Vergaro. Mi occorrono poche altre telefonate per risalire alla località esatta, e in pochi minuti sono in linea con il signor Renzo. Non è facile qualificarsi. Spiegare che si chiama da Sassari perché si stanno cercando informazioni su un calciatore che qui trascorse due anni indossando la casacca rossoblù. Che quello stopper, a dispetto del ruolo, divenne un idolo per tanti tifosi, come me all’epoca poco più che ragazzi. Quel giocatore era suo figlio e si chiamava Maurizio Dozzi. Ma il signor Renzo, pur nel dolore del ricordo, non è stupito.

 

Sembra ieri, e invece sono già passati trent’anni. Correvano gli anni del campionato più bello del mondo. Grazie alla vittoria dei mondiali in Spagna si erano appena sopiti gli echi di una straordinaria inchiesta avviata dalla denuncia di un commerciante all’ingrosso di ortofrutta, che mise a soqquadro la serie A, con 90° minuto che mostrava in diretta gli arresti di alcuni tra i campioni più affermati. Era l’epoca della Juve di Platini e del pranzo al sacco allo stadio. Dell’Udinese di Zico e delle 124 special. Del Napoli di Maradona, della Roma di Falcao e delle stringate cronache dei dopo partita, quando oltre alle subitanee immagini dei gol potevi goderti gli straniti commenti di personaggi del calibro di Rozzi, Lugaresi, Massimino e Anconetani, ultimi patron di un calcio svanito. Erano anni in cui la passione sportiva si officiava alle 15, traducendosi in stadi spesso pieni all’inverosimile qualsiasi fosse la categoria, e dove le tifoserie – ieri più di oggi - spesso eleggevano a proprio beniamino il giocatore più forte, ma anche più serio, umile, e battagliero. Per chi ha frequentato l’Acquedotto in quei primi anni Ottanta Maurizio Dozzi ne rappresenta l’esempio più calzante, e ancora oggi tra i tifosi e i compagni di squadra il ricordo di quell’insuperabile difensore coi baffi resta indelebile. E quando talvolta in certi lunghi aperitivi si è indotti in quelle interminabili e affascinanti discussioni di materie torresine, allorché si tocca il tema della squadra rossoblu ideale, la maglia numero 5 capita sempre sulle sue spalle.

La Torres di quegli anni aveva le radici ben piantate nella neonata quarta serie (C2). Dopo la promozione dalla D nell’ 80-81, per anni le varie dirigenze che si avvicendarono inseguirono ostinatamente la chimera della promozione in C1. Dopo due campionati di assestamento dove si ottennero piazzamenti lusinghieri, nell’annata 83 -84, con la Torres impegnata nel girone A, parve giunto il momento di spiccare il salto. Alla corte di Lorenzoni venne chiamato Angelo Domenghini, e la stagione si aprì nella certezza di una promettentissima campagna acquisti . Dozzi arrivò l’estate del 1983, proveniente dal Treviso, allora in serie superiore. Nato il 26 giugno del 1959 a Grizzana Morandi, un paese di circa 4mila abitanti arrampicato sull’Appennino Tosco-Emiliano, malgrado la giovane età presentava un curriculum di tutto rispetto. Cresciuto nelle giovanili del Bologna, nelle cui fila aveva compiuto tutta la trafila prima con gli Allievi e poi con la Primavera, a soli 17 anni aveva esordito in Coppa Italia (nel Bologna di Bellugi, Clerici, Paris contro il Milan di Rivera). Già titolare in nazionale under 18, da tre anni giocava stabilmente in C1. Dopo l’esordio nel Latina (al tempo C unica) allenato da Bebo Leonardi (vi giocavano anche Petrella, Morgagni e ..Andrea Carnevale), passa alla Paganese prima del biennio a Treviso. Il suo arrivo a Sassari rafforzò l’ipotesi di un campionato di vertice. 

Dozzi ci mette un niente per farsi apprezzare dalla tifoseria torresina. Giocatore corretto in campo, fa leva sulla poderosa forza fisica, la velocità e un innato senso dell’anticipo e della marcatura. Di quella Torres ne diviene in breve l’anima e l’esempio. Con quei baffi e quell’espressione bonaria dimostra più dei suoi 24 anni, ma nel rettangolo di gioco è una furia. Beppe Canessa, col quale condivide robuste mangiate di pesce al ristorante da Antioco, ben presto gli affibbia quel soprannome che gli resterà appiccicato per sempre. Insuperabile in difesa, di testa come di piede, mette la museruola a tutti gli attaccanti che hanno la sfortuna di imbattersi in lui, cancellandoli letteralmente dal campo. Ma non basta. Spesso risolve le partite presentandosi in area in occasione dei calci d’angolo dove sfodera il pezzo pregiato del suo repertorio: il colpo di testa. A fine campionato 83- 84 saranno ben 5 i gol realizzati dal biondo difensore coi baffi, con le perla dei gol-vittoria contro il Carbonia, il Pontedera e La Spezia in casa, una prestazione che gli valse un 9 in pagella. Ma malgrado il rendimento altissimo di Dozzi, alcune belle imprese (su tutte la vittoria per 2 a 1 in casa della Lucchese), e l’inaugurazione della tribuna coperta (oggetto di immediate critiche perché troppo alta per offrire riparo dal vento e dalla pioggia) il campionato termina con un quarto posto nell’insofferenza del pubblico di casa che ormai attende solo la C1.

Il campionato successivo si apre con un mercato, al solito, scoppiettante. Rubattu, tornato a ricoprire la carica di presidente, rivoluziona ancora una volta la squadra. Le partenze di Canessa, Palmisano, Coghene, ( che si accasano alla neo promossa Nuorese allenata da Vanni Sanna, nel frattempo divenuta feudo di ex torresini), vengono colmate dal ritorno di Walter Tolu e dagli arrivi di Riccardo Virgilio, Ennas, Dossena, Trotta, Cordischi, Ferla, Nuti (ex compagno di Dozzi a Treviso), Pippo Orlando e del “poeta” Discepoli. Di quella Torres Dozzi è la certezza da cui ripartire per blindare il reparto difensivo. Tuttavia, dopo una buona partenza (vittoria per due a zero in casa contro il solito Spezia) la Torres vedrà ridimensionare le proprie ambizioni. Un centrocampo forse troppo compassato e una endemica anemia in zona gol riporteranno sulla terra la squadra allenata da Gesualdo Albanese. Al contrario Dozzi per tutta la stagione declinerà la sua personalissima idea di campionato, sciorinando una collana di prestazioni perfette che per tutto l’anno desteranno lo stupore nelle tribune dell’Acquedotto. Per il pubblico e per i suoi compagni di squadra è piuttosto chiaro: è il più forte di tutti. La stagione vedrà il suo consacrarsi come il migliore difensore del campionato.

Nell’estate del 1985 la sorpresa: Dozzi inspiegabilmente passa al Montevarchi in C2, insieme a Botteghi. Forse per la voglia di avvicinarsi a casa, o forse per l’intenzione della società di fare cassa per rinforzare altri reparti, fatto sta che con grande disappunto del pubblico “Roccia” trasloca in altri lidi. La Torres, malgrado la faraonica campagna acquisti (Folli, Minguzzi, Bertini, Giacalone, Cariola, Tamponi) disputa un campionato deludente, ma pone le basi per la formazione che vincerà il campionato successivo, con l’arrivo verso il termine della stagione di Bebo Leonardi che rivoluziona la squadra e fa intravedere un bel gioco nel finale del campionato . Nel campionato 1986-87 Dozzi passa al Derthona, dove ancora oggi è ricordato come un mito. I Tortonesi allenati da Domenghini ( a confermare i misteriosi intrecci della sorte vi giocavano anche altri due ex, Ferla e Botteghi) ottengono la promozione in C1 battendo all’ultima giornata l’Entella di Marcellino. Ricordo che il rimpianto per non averlo avuto con noi l’anno della promozione fu contemperato dalla gioia di apprendere che un simile giocatore che per due anni aveva giocato da primo della classe aveva contemporaneamente ottenuto una soddisfazione meritatissima. Chiusa la carriera professionistica nel Riccione seguono anni tranquilli. Dozzi torna nella sua città natale, ma non abbandona la passione per il calcio. Gioca nei dilettanti del Porretta, campionato di promozione a soli 14 km da casa, e contemporaneamente collabora con la ditta di costruzioni del fratello Franco. Appesi gli scarpini al chiodo, passa alla panchina: risponde alla chiamata del Porretta, e contribuisce alla salvezza della squadra. La sera del 22 aprile del 2001, uscendo di casa dice ai suoi cari che va a fare un giro in auto. A Bologna, in viale dell’Industria, la sua Rover esce di strada, e va a schiantarsi violentemente contro un edificio. Per uno strano gioco della sorte è il palazzo dove ha la sede l’Uisp calcio regionale. Malgrado l’intervento di due medici che viaggiavano nell’auto che lo seguiva non c’è niente da fare. Maurizio Dozzi perde la vita a soli 42 anni, lasciando la compagna Anna, la figlia Annalisa di 20 anni, i genitori Renzo e Giovanna e il fratello Franco. E un enorme ricordo – calcistico e umano - in tutti i suoi ex compagni e tra tutti quei tifosi che hanno avuto la fortuna di ammirarlo in campo.
L’11 ottobre 2007 a Tortona si è tenuta una partita celebrativa in occasione del decennale della promozione, dove i compagni hanno esposto lo striscione “Dozzi nei nostri cuori”.

“Allora, all’epoca in cui avvennero i fatti di cui si riferisce in questi fogli, non era ancora indifferente se un uomo viveva o moriva. Se uno era cancellato dalla schiera dei terrestri non veniva subito un altro al suo posto per far dimenticare il morto ma, dove quello mancava, restava un vuoto, e i vicini come i lontani testimoni del declino di un mondo ammutolivano ogni qual volta vedevano questo vuoto.” (J.Roth)

© Sebastiano Virgilio - Associazione Memoria Storica Torresina

 

 

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